venerdì 19 ottobre 2007

We Shall Rejoice


Fra un'ora e mezzo uscirò. Scenderò per Infirmary Road fino a Heuston Station.
Da lì il 748 mi porterà lungo il Liffey, attraverso Dublino, verso il porto e la grande baia, ma poco prima di tuffarsi nel mare svolterà a sinistra, verso nord, e infilerà il lungo tunnel.
Ancora pochi minuti e arriverà a destinazione: l'aeroporto.

Vado a prendere Francesca.
I 3 fratelli di nuovo insieme, per il primo viaggio tutto nostro.


Yes I had a dream
I stood beneath an orange sky
With my brother and my sister standing by
"Orange Sky", Alexi Murdoch*

* - grazie a Dado per l'imbeccata sul brano, qualche giorno fa ;)

mercoledì 17 ottobre 2007

He's lost control (again)


Guess the dreams always end
They don't rise up - just descend
But I don't care anymore
I've lost the will to want more
Insight, 1979



Scrivo di getto queste righe, subito dopo essere stato a vedere Control, film sulla vita (e sul suicidio) di Ian Curtis, cantante dei Joy Division, impiccatosi nel maggio del 1980, poco prima di prendere il volo per gli USA per il primo grande tour internazionale della band.

Sono andato al cinema da solo: è stato un insieme di circostanze a determinare questa andata solitaria, ma in fondo è stato giusto così. I Joy Division si ascoltano e si amano in solitudine; e poi sono il solo, tra le persone che conosco, che possiede un disco dei Joy Division o che li ascolti con una certa regolarità. E sono stati un gruppo "deprimente", a giudizio di moltissimi, che cantava situazioni di isolamento (isolation) e di straniamento (I rember nothing): una band tutta centrata intorno alla personalità del suo leader.

La cosa che mi è più piaciuta del film è l'essenzialità, la scarna linearità con la quale racconta una vita lineare e scarna, una discesa nel baratro rapidissima (6 anni) e inarrestabile; il film si astiene dal presentare la morte di Curtis come il classico smarrimento della rockstar, celebre e lontana, vittima del suo successo.

I Joy Division hanno conosciuto un successo piuttosto limitato all'inizio, tutti i membri della band cercavano di tenere in piedi un altro lavoro per poter campare.
Lo stesso Curtis si sposa giovanissimo con Debbie (il film prende spunto dal libro scritto dalla moglie, "Touching from a distance") e da lei riceve subito un figlio: per tirare avanti lavora all'ufficio di collocamento del piccolo sobborgo di Manchester in cui è nato e cresciuto.
Non ci sono droghe nel film, nessun eccesso tipico di idoli glam e impaccati di soldi. Vite troppo normali, arricchite forse solo dalla musica essenziale e rivoluzionaria suonata la sera in piccole sale concerti di periferia; il successo e i riconoscimenti arrivarono dopo, troppo tardi. Oltre a nicotina e qualche birra post-concerto, le uniche sostanze sempre presenti nella vita di Curtis sono le medicine, prese nel disperato tentativo di arginare l'epilessia, malattia sacra forse ma dal terribile impatto sulla fragile stabilità del cantante.
Una famiglia da sfamare, un doppio lavoro, una band potenzialmente importantissima ma che deve ancora sfondare. La situazione precipita: lo stesso Ian confessa al proprio discografico di non sentirsi più in grado di andare avanti, di non avere più energie per proseguire. Intanto la sua vita coniugale stava andando a rotoli: abbandona la moglie per una giovane giornalista belga. Con nessuna delle due donne stabilisce una comunicazione, anzi: più si sforza di parlare con entrambe, pià si stanca e si isola. Un processo di svuotamento che si completa in modo tragico e in fondo prevedibile.
Nessun "tentato" suicidio. Ci prova e ci riesce subito, alla prima botta. Si impicca nella cucina di casa, la moglie lo trova e urla. Tragico e ancora una volta lineare, scarno.

Un film drammatico, ben girato (in un freddo bianco e nero) dall'unica persona moralmente "autorizzata" a farlo: Anton Corbijn, al suo esordio in un lungometraggio, è stato anche luno dei pochissimi a scattare foto del gruppo (e a realizzare il video di "Atmosphere" 8 anni dopo la morte di Ian). I Joy Division sono sempre stati piuttosto restii a comunicare attraverso i mass media. Corbijn è in realtà un fotografo, anche piuttosto celebre per il lavoro insieme a gruppi rock come U2, Depeche Mode e Killers: la fotografia del film, inutile dirlo, è praticamente perfetta, e ogni inquadratura vive di precisione e bellezza.

Non so se questo film verrà distribuito in Italia, però credo che sarebbe un peccato se non dovesse accadere. Ovviamente non può essere promosso come "il film sui Joy Division", perché lo andremmo a (ri)vedere in pochi: proporlo come un bel film drammatico "made in UK" e ben accolto sia negli USA che a Cannes potrebbe togliere dal film le strette virgolette della raccomandazione "per appassionati di musica post-punk fine anni '70" e regalargli la giusta dimensione di "biografia drammatica" di un personaggio interessante e sconvolgente.

- il film secondo il sito Joy Division Central -
- link a una recensione migliore della mia (A.O.Scott sul New York Times) -
- la storia del gruppo sul sito del fratello di Valeria -

sabato 13 ottobre 2007

Update mondano

Ammetto di aver trascurato finora gli aspetti più goderecci del mio soggiorno a Dublino. Rimedio subito con un lungo riassunto delle serate più "in" dei giovani romani nella Dublino alcolica e caciarona.


È da lunedì che io e Dado non passiamo una serata tranquilla a casa, con un film (in quel caso Babel, di Inarritu: ottima pellicola drammatica, forse un po' retorico ma molto ben congegnata - continuo a preferire Crash, comunque, visto che spesso i due film sono messi in relazione).

Martedì 9 ho raggiunto Fausta (la calciatrice - vedi qui) e Sarah (una sua coinquilina, già organizzatrice insieme a Sonia e alla stessa Fausta della cena e della seguente festa di compleanno di sabato 6); dopo averle incontrate sotto lo Spire ci siamo diretti al Porterhouse, un pub di Temple Bar famoso per la birra (di produzione loro) e le ottime band che si alternano sul palco. Quella stessa sera Dado aveva prima un altro appuntamento con altri amici, quindi ci avrebbe potuto raggiungere lì solo dopo; e l'avrebbe anche fatto, se solo il mio sms gli fosse arrivato.
Il Porterhouse è un tipico pub irlandese, tre o quattro piani enormi, pieni di tavoli e di mensole per appoggiare la birra anche rimanendo in piedi; sospeso un po' a mezzaria si trova il piccolo palco, dove questo duo, a quanto pare piuttosto affermato, ha suonato a lungo un buon repertorio di brani rock e pop, alternandosi al canto. Voto 7. Ad essere sincero avevo apprezzato maggiormente il gruppo scoperto nello stesso locale durante una prima bevuta, con Teresa nella sua ultima sera di permanenza a Dublino (nome del gruppo: Usual Suspects - devo ricordarmi di tornare a sentirli lunedì prossimo!). Dopo un primo giro di birra, si sono aggiunti al nostro tavolo Rudy (siciliano, amico delle ragazze, tifoso milanista che ha già goduto nel vedere me e Dado soffrire durante quel match disgraziato che passerà alla storia come "Muslera's dark night, ovvero, non bastano due guanti per far di te un portiere di calcio") e un suo amico appena arrivato da Londra, tale Maurizio.
Effettivamente due Maurizi allo stesso tavolo in un pub dublinese non dev'essere cosa molto comune.
Nonostante la musica a volume decisamente alto abbiamo chiacchierato piacevolmente del più e del meno. In particolare, ho fatto di tutto per convincere Sarah, irlandese di Dublino, a diventare una fiera sostenitrice della causa laziale, un'aquilotta come dice Rudy. Quando mi sono sentito rispondere che non ama molto gli sport competitivi, ho capito che stavo sprecando il mio tempo! Visto che Dado non sarebbe più venuto, ho fatto una corsa incredibile per prendere l'ultimo autobus da O'Connell e me ne sono tornato a casa.
Daniele mi aspettava in piedi e abbiamo potuto così festeggiare, allo scoccare della mezzanotte, il suo onomastico: ricchi doni e grasse risa, soprattutto alla vista del fondamentale "mestolo per spaghetti", un attrezzo da cucina molto sottovalutato che ancora mancava alla collezione del mio giovane fratello emigrante.

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giovedì 11 ottobre 2007

Cadono a mucchi



Con il passare dei giorni, naturalmente, l'autunno si è definitivamente conquistato i suoi spazi. Quasi impercettibile, è arrivato gentile in punta di piedi, senza infastidire troppo il clima, che resta mite e abbastanza asciutto, ma impegnandosi a prosciugare la linfa degli alberi, che da giorni si spogliano, lentamente, mostrando tutta la nudità dei loro rami sinuosi.

La North Circular Road, dove abita Daniele, è una base privilegiata per osservare questo fenomeno stagionale: ha una carreggiata piuttosto stretta e delimitata da larghi marciapiedi che ospitano castagni imponenti, poco propensi a lasciar filtrare la luce. Il comune di Ath Cliath (ossia Dublino) sta provvedendo: proprio in questi giorni alcuni giardinieri hanno avviato una massiccia opera di potatura, con tutto il frastuono che comporta.

Quel che nessuno però sembra voler rimuovere è il compatto manto di foglie morte, che fa molto storia d'amore prévertiana. Anche una semplice camminata fino al Tesco, il grande supermarket che si trova a tre isolati di distanza, è una soffice passeggiata su un tappeto ricco di marroni e di gialli.


Le foglie crocchiano sotto i piedi, generando un piccolo concerto che a volte sovrasta anche il rumore del traffico veicolare: ed è poi semplice dedurre da questa musica naturale il ritmo e le intenzioni di chi sta camminando nelle vicinanze.
C'è la ragazza polacca chi si affretta per non perdere il bus, i monelli che in gruppi sollevano a calci decine di foglie per farne una stranissima doccia, l'anziana signora tutta irlandese che cammina lentamente: anche lei sta andando al supermercato come me, lo so, e la incrocio di nuovo sulla via del ritorno. Io ho lo zaino già pieno di spesa, lei è avanzata di poche decine di metri, cauta nell'incedere per non scivolare su quelle foglie che a me piacciono tanto.


lunedì 8 ottobre 2007

...è un gioco per marziani!

La stranezza di tutto questo insieme di regole strambe si rivela infine, nel suo pieno folle splendore, durante la prima partita, contro il temibile team “Server 3” (non una squadra di robot come il nome lascerebbe immaginare, ma semplici dipendenti ispirati dal nome del reparto presso cui lavorano). Palla al centro e via: iniziamo a subire un gol dopo l’altro, a intervalli più o meno regolari. La confusione generata dal gioco di sponda contro le pareti del campo non è semplice da raccontare, ancor più difficile era trovarcisi in mezzo. Già la nostra squadra è scesa oggi in campo per la prima volta in assoluto, con evidenti limiti fisici e di amalgama: insomma, proviamo a passarci il pallone e quasi sempre lo recapitiamo a un qualche roscione avversario. Poi interviene l’abitudine ormai consumata da anni e anni di partite e calcio guardato in tv. Di solito, quando un giocatore avversario tira fortissimo verso la porta e il pallone finisce distante dal palo di almeno tre metri, per me è fallo di fondo, posso riprendere fiato e risistemarmi in campo, non curandomi degli avversari: qui invece il pallone rimbalza in campo, si continua a giocare, e gli avversari di cui non mi sono preoccupato possono riprendere palla e segnare con facilità. Quando anche recuperiamo palla, poi, e proviamo lanciare la nostra punta di diamante, Fausta, verso la porta avversaria, l’arbitro ci fischia sempre punizione contro: i lanci sono proibiti.

Giocare così è realmente frustrante e poco divertente: è di certo una questione di abitudine, però non capisco il senso di questo sport, troppo simile allo squash e all’hockey e molto diverso dal football. Dulcis in fundo, senza le normali rimesse in gioco, la partita è frenetica e ininterrotta: si va avanti per dieci minuti senza tirare il fiato nemmeno un secondo, continuando a inseguire la palla impazzita che schizza di qua e di là in modo caotico.
Io e Dado poi riusciamo a renderci protagonisti assoluti del match, nel male ahinoi. Durante il mio turno in porta creiamo dal nulla due splendidi autogol! In particolare il secondo mette a nudo tutta la confusione del momento: ci tiriamo praticamente il pallone uno addosso all’altro per quattro volte, senza avversari che ci pressino da vicino, finché il pallone mi passa lento fra le gambe e scivola via, verso la rete. Deciso ad evitare la figuraccia, provo anche a salvare, tuffandomi all’indietro come una stella del nuoto sincronizzato, ma non ottengo nient’altro che uno stiramento al tricipite destro che mi costringerà ad assumere una posizione à la Napoleone per tutto il resto della giornata. Muslera è un campione, se paragonato a me.
Sul 5-0 per gli altri, il più esperto/anziano della squadra, il capitano Paolo, decide di essersi rotto le scatole: si fa battere il pallone, avanza di un metro verso la porta e tira, molto semplicemente. La sua linearità paga, e realizza in questo modo l’unica rete del nostro torneo.
Sfiduciato dal 6-1 finale (in appena 10 minuti, equivale a un gol subito ogni minuto e 40 secondi!), con un braccio fuori uso e poco fiato rimasto, mi accascio fuori dal campo e rinuncio anche a fumare la mia celebre sigaretta di fine match.

[breve excursus: già leggendo i commenti lasciati al precedente post, è facile capire come fin troppi dei nostri presunti “tifosi” avessero dato da subito per scontata la nostra sconfitta finale. Non è forse così, “sostenitrici” di casa Mazzoni?]

Il secondo match (contro una squadra di cui ora mi sfugge il nome) parte all'insegna dello sconforto accumulato nella gara precedente. E dal momento che la partita dura appena dieci minuti, non c'è nemmeno tempo per riprendersi che subito siamo sotto di qualche gol. L'inserimento di un portiere fisso e dotato di appositi guanti (nonché di una certa abilità) non sortisce purtroppo l'effetto desiderato: certo, il povero Francesco limita i danni come può, tuffandosi molto meglio di quanto non abbia fatto io, ma la nostra manovra è sempre più asfittica. Gli avversari passeggiano sulle macerie ancora fumanti della nostra squadra, non si degnano nemmeno di giocare duro o pressare stretto, tanto siamo inconsistenti.
Il pallottoliere impazzisce e a fine partita nessuno sa dire quanti gol abbiamo incassato, senza segnarne nessuno. Entrati negli spogliatoi, troviamo il perfetto capro espiatorio e non rinunciamo alla più sterile delle polemiche: che regole assurde! Solo gli irlandesi potevano concepire un regolamento così sconclusionato! La natura intrinseca del nostro gioco all'italiana, ma se vogliamo del concetto stesso di football, ne è uscita profondamente stravolta e massacrata.
La discussione prosegue sotto le docce e poi nel parcheggio. Forse il fair-play imporrebbe di rimanere lì a guardare come finisce questo improbabile torneo. Ma ormai siamo troppo delusi e provati (psicologicamente, non fisicamente) per poter restare lì, col sorriso sulle labbra, anche solo per un'altra mezzora; così ci rincamminiamo lentamente verso la Luas, il tram che ci porta in città.

Forse la prossima volta andrà meglio, forse sarebbe opportuno leggere tutte le regole e chiedere preventive spiegazioni quando non si capisce qualcosa... e forse un po' di allenamento ogni tanto non farebbe male.

sabato 6 ottobre 2007

Non è un gioco per femminucce...

Il giorno del tanto atteso torneo aziendale è finalmente arrivato.

Parlo del torneo di calcetto, 5 vs 5, fra dipendenti dell’IBM, autorizzati ad allargare l’invito a personaggi esterni (ecco perché partecipo anche io).
Per la verità, le regole inoltratemi via email hanno creato più dubbi che certezze: a fianco di alcune norme “simpatiche” (i gol segnati dalle ragazze, per esempio, valgono doppio), sono elencate delle limitazioni in apparenza assurde. Il portiere, per esempio, potrà rilanciare il pallone solamente rasoterra e non oltre la metà campo. La sede designata per lo svolgimento del torneo è un “favoloso” impianto sportivo a 40 minuti di tram dal centro di Dublino, nel poco-ridente sobborgo di Tallaght (leggi Tàllah). Dal capolinea del tram poi ci sono altri 25 minuti a piedi per strade un po’ sperdute, circondate da concessionari di automobili e grosse società dislocate in periferia – tutte ovviamente chiuse di sabato mattina.
Fra i nostri compagni di squadra c'è anche Fausta, l’amica di Dado che, da quando sono qui, ci ha già invitato un paio di volte per delle serate (compresa la cena di giovedì e il party di questa sera). Fausta sa giocare a calcetto, partecipa a sua volta a un torneo femminile interaziendale, ed è stata convocata per trarre massimo profitto dalla regola del gol che vale doppio quando segnato da una donna.

Raggiungiamo gli altri componenti della squadra, tutti dipendenti IBM amici di Dado. Chi in Italia ha avuto modo di entrare in un circolo con campi di calcetto non potrebbe fare altro che sorridere se mai avesse la ventura di entrare all'Astropark di Tallaght: lungo un angusto passaggio sono collocati una decina di piccoli campi da hockey su prato, con porte alte un metro nemmeno da hockey su prato e circondati da una gabbia, una vera gabbia di ferro pesante e rumoroso quando la palla sbatte. All’interno, per proteggere della gabbia, i geni che hanno costruito questi campi (di concentramento?) sportivi hanno installato tutto un muro di compensato pesante, alto un metro e mezzo da terra, contro il quale la palla rimbalza e i giocatori possono schiantarsi molto rischiosamente. Completano il quadro degli spogliatoi poco accoglienti e per nulla puliti, con armadietti di sicurezza (costo chiave: 50 centesimi – se per caso lasci qualcosa fuori e riapri l’armadietto per infilare quanto dimenticato… sono altri 50 centesimi; io ovviamente ci sono cascato!).

Va beh, l’importante è divertirsi, no? Il tabellone ci mostra il nostro girone: altre tre squadre, partite alle 12, poi alle 12.24 e alle 12.36! Partite di 10 minuti ciascuna! Chissà perché… Raduniamo la squadra: probabilmente visti da fuori non diamo l’impressione di un gruppo affiatato e combattivo. C’è chi fuma (io e non solo), chi nonostante l’impeccabile divisa della Reggina continua a protestare la propria incapacità e la volontà di non giocare, e così via.
Il nome della nostra squadra d’altronde lascia poco spazio alla seriosità: siamo gli “Everybody Else”, in italiano sarebbe “Tutti Gli Altri”, e sorvolerò sulle molte battute fatte da arbitro e avversari.

La prima partita viene subito annullata, gli avversari non si sono presentati e vinciamo a tavolino (dicesi “walkover”, e così almeno imparo una nuova espressione inglese).
Abbiamo così modo di respirare un po’ l’atmosfera del torneo. Squadre agguerrite di giovani dalla faccia agguerritissima, quelli più preparati hanno tutti la stessa divisa e in campo applicano schemi efficaci. Un paio di team irlandesi, un’altra squadra italiana (loro bravi, a differenza di noi) e molte squadre dell’est europeo.
Guardando una partita poi riusciamo finalmente a intuire la maggior parte delle regole che non avevamo capito. Il muretto di compensato fa parte del gioco a tutti gli effetti, sono aboliti insomma il 70% dei falli laterali e delle rimesse dal fondo: il pallone è quasi sempre in gioco e vale il battimuro! Se invece il pallone sbatte contro la gabbia, quindi sopra una certa altezza, l’arbitro fischia punizione, e ogni tot fischi la punizione può essere battuta dal limite dell’area. Viene fischiata punizione anche quando si lancia il pallone senza tenerlo rasoterra, quindi niente rilanci, pallonetti o cross! Infine, ciliegina sulla schifosa torta, sono consentiti la maggior parte dei contatti fisici, corretti e meno.

Credo di aver giocato con regole simili soltanto una volta, in una parrocchia, quando avevo 5 anni.

La stranezza di tutto questo insieme di regole strambe si rivela infine, nel suo pieno folle splendore, durante la prima partita, contro il temibile team “Server 3”...

(continua)

venerdì 5 ottobre 2007

Sin-é

Ed ecco che stamattina mi sveglio strano, perché mentre apro gli occhi rimangono impresse alcune voci e immagini del sogno interrotto dalla sveglia.
C'era Valentina, l'amica di mia sorella (capito ricce'? sei la donna del mio sogno, al singolare!) che muove alcune critiche a questo blog: a muso duro m'accusa di aver trascurato di parlare di me. "Manchi tu in questo blog! Non si capisce chi sei, che ci fai lì a Dublino... Vedi di raccontare di più e fare meno filosofia."

Adesso che il tramonto è passato da un pezzo sono ancora un po' scosso da questa critica onirica. Torno quindi a parlare di me, o di noi, volendo giustamente includere chi mi ospita.

Ieri sera night out in Dublin: prima piacevolissima cena di compleanno per festeggiare Sonia, amica milanese di Dado, da me conosciuta solo pochi giorni fa. Prosecchino per il primo brindisi, chili di lasagna bella fumante profusi nei piatti, vino rosso, musica e chiacchiere piacevoli.
In queste occasioni fa strano fermarsi sempre a pensare, prima di aprire bocca, a quale idioma utilizzare: ieri a tavola erano presenti ben 5 italiani, una irlandese e un francese. Si è parlato inglese, ovviamente, per la maggior parte del tempo, ma spesso il discorso si spostava sull'italiano e poi magari riveniva tradotto in versione riassunta. Mi sono accorto che faccio un po' di fatica a parlare inglese con continuità: dopo qualche frase inizio ad impicciarmi, a perdere pezzi di vocabolario fino a raggiungere una semiafasia. Per questo mi scuso con i non italiani presenti ieri a cena.



Dopo cena Dado e io abbiamo salutato la simpatica compagnia (che ritroveremo al 90% domani sera, al party) e ci siamo spostati con il tram verso il lungoLiffey (il lungotevere dublinese... io lo chiamo sempre lungotevere). Lì abbiamo raggiunto dei colleghi IBM di Daniele, tutti (credo) provenienti dal reparto vendite, che festeggiavano la fine di un trimestre impegnativo. Il locale si chiama Sin-é, proprio come un locale di New York dove Jeff Buckley incise un breve e indimenticabile live. Dal momento che il nome del locale è gaelico (credo voglia dire qualcosa tipo "Cioé"), e che ignoravo fino a ieri dove effettivamente fosse stato registrato quel live, ho passato buona parte della serata a cercare indizi della presenza di Buckley nel locale nei primi anni '90, senza ovviamente trovarli. Insoddisfatto e un po' deluso dalla mancata occasione di calcare lo stesso pavimento che una volta aveva accolto il mitico Jeff, mi sono dedicato a danze rock moderate, in compagnia di Dado, cool come sempre, e dei suoi colleghi (e colleghe, grazie a Dio).

Tutti comunque ci riconoscono subito come fratelli, e la cosa non si era mai verificata con questa frequenza.

mercoledì 3 ottobre 2007

In Italia, in Europa, nel Mondo!



Probabilmente ci sarebbero mille cose più interessanti da raccontare, come un resoconto dei miei primi giorni dublinesi - le mille impressioni scaturite dalle gite in compagnia di Terry, piene di sole e tranquillità - o magari un elenco di tutti i posti che devo ancora visitare, compreso Phoenix Park, il cui ingresso si trova a poche decine di metri da casa e che ancora non ho avuto il piacere di vedere.

Però oggi ho scritto troppo al computer, per motivi di lavoro; ho quasi la nausea. E poi sono teso per il match di stasera, che tanto lo so che perdiamo però è comunque Lazio-Real...

Aspetto che Dado torni dal lavoro, e ogni tanto metto il naso fuori dalla tana come un topolino. Stamattina fumavo sotto l'ombrello, e mi facevo pena. Oggi pomeriggio il sole calava proprio in parallelo alla mia postazione sigaretta, e mi illuminava la faccia senza scaldarmi troppo. Il vento è cresciuto, e ha trascinato via tutte le nuvole. Torno ad ammirare il cielo basso basso, come i soffitti di Gino Paoli, ma pur sempre carico d'azzurro e punteggiato dal bianco delle nuvole; intanto rifletto sul senso delle vuote formule legali che compongono qualsiasi sorta di contratto, e macero nell'attesa della partita.

DAJE!

venerdì 28 settembre 2007

Davanti al Nescafé io non pensavo a te

(ovvero, “Ah, se Mogol fosse qui, ora...”)


So bene che le più elementari leggi della narrazione mi imporrebbero di proseguire là dove ho lasciato un precedente racconto, ricominciando con una frase tipo “una volta sbarcato nel terminal dell’aeroporto dublinese…”. Però ho deciso di tenere ancora alta la suspence, tanto chi sta leggendo queste righe sa benissimo che dall’aeroporto sono uscito e come (altro che Tom Hanks! Nemmeno avessi incontrato Catherine Z. Jones…).

Stasera mi va di raccontare qualcos’altro. Un po’ forse ho perso l’abitudine di scrivere, un po’ sarà anche l’atmosfera dublinese, che per esempio mi fa prendere un bel Nescafé adesso (vedi che c’era un motivo per il titolo! Lo dicevo, io!), alle 8 di sera (le 21 in Italia) e poi la cena dopo, con calma.

Stasera sto da solo, qui a North Circular Road.
Dado è partito stamattina, e non aspetto visite fino a domattina. Ne approfitto per fare il punto di questi primi giorni: positivi e particolari nella loro “semplice normalità”, perché ho ritrovato Dado e siamo finalmente tornati a dividere una stanza come ai bei tempi. E forse anche perché il filo del lavoro è proseguito ininterrotto insieme alle sue note conseguenze (cioè occhi incollati al computer, schiena gobba, pausa sigaretta non più di una volta ogni ora… e via con la traduzione).

Però questa sistemazione mi piace, così come l’appartamento che stiamo dividendo.
Breve descrizione: trattasi di uno studio apartment (la formula chic per definire “monolocale”) posto al pian terreno di un brownstone a 3 piani. È quel tipo di casa tipicamente anglosassone, col giardinetto davanti e il cortile posteriore. Un po’ come quella dei Robinson a Brooklyn per capirci… solo che lì ci viveva solo una famiglia di ricchi afroamericani, e ci riuscivano anche a girare un telefilm; qui invece il proprietario ha diviso la casa in 147 appartamenti piccini e li ha affittati ancora-non-ho-capito-bene-a-chi. Il monolocale che Daniele occupa è grande una quarantina di metri quadrati e affaccia lato strada tramite un grande bovindo. Dentro ci stanno comodi due letti, un buon numero di mobili, un armadio a due ante, il televisore e un tavolo proprio sotto la finestra: e pensare che Dado dentro casa ci tiene anche la bici perché ha paura che nell’atrio gliela freghino! Giusto l’angolo cucina è forse un po’ sacrificato: spesso diventa complicato darsi una mano a cucinare perché lo spazio è piuttosto ristretto.
Per ora mi è sembrato lo spazio giusto per abitarci da soli. In due o in tre cresce la necessità di organizzazione, tanto dei tempi (chi va per primo al cesso, vince!) quanto degli spazi.

Segue elenco di piccole e inutili curiosità, quello che potrei definire il “Forse non tutti sanno che” dedicato all’abitazione che mi ospiterà per le prossime settimane:

- Per tirare l’acqua al gabinetto bisogna seguire una procedura tutta speciale: tirare giù tavoletta e coperchio (il sedile, insomma), afferrare la maniglia dello scarico possibilmente con entrambe le mani e dare un colpo secco e prolungato fino in fondo, tenendo giù la maniglia. Se non si rispetta la procedura scende un rivoletto scarso d’acqua e bisogna trascorrere qualche minuto di sofferenza nei pressi della tazza prima di riprovare da capo.

- Al piano di sopra abitano i polacchi. Uso l’articolo determinativo perché ne ho visti talmente tanti e diversi passare avanti e indietro che secondo me ci abita l’intera popolazione della Repubblica di Polonia. Per ora la convivenza è pacifica e ci si saluta col sorriso, ma Dado ha già riscontrato qualche problema e, proprio mentre scrivo, noto che il volume del vociare si è alzato stasera. Vedremo.

- Dado ha comprato delle coperte favolose, morbide, caldissime, grandi il doppio del necessario così uno ci si può avvolgere dentro fino a soffocare nel sonno.

- Per fumare devo uscire e andare davanti casa, all’aperto. Mi sembra naturale, visto che Dado non fuma e che qui dentro una sigaretta potrebbe ricreare in tre minuti quell’atmosfera di un vicolo londinese in pieno novembre tanto cara a Jack lo Squartatore.

- Il palazzo non è dotato di secchi per l’immondizia, e il camion dei rifiuti passa solo una volta a settimana, il lunedì mattina all’alba. Ergo, la domenica sera tutti i condomini devono portare i propri sacchi fuori, lungo il marciapiede. I netturbini però ritirano soltanto i sacchi dotati di apposita etichetta, che serve a dimostrare che si è pagata la tassa sui rifiuti. Alcuni inquilini tempo fa hanno lasciato fuori dei sacchi senza etichetta: nessuno li ha presi e sono ancora lì. Io e Dado aspettiamo l’arrivo dei topi, poi chiamiamo il pifferaio di Hamlin.

- Il tostapane elettrico e il bollitore elettrico sono due elettrodomestici enormemente sottovalutati: da quando sono qui ne ho fatto un uso incredibile. Solo ieri, che sono rimasto a casa a tradurre quasi tutto il giorno, ho bevuto 3 tazze di Nescafé, una di cioccolato, una di tè, e mi sono mangiato 5/6 toast con marmellata e burro d’arachidi, o con la nutella.

- Vicino all’appartamento di Dado c’è uno sgabuzzino con la lavatrice condominiale. Nello sgabuzzino però manca la corrente elettrica: quindi ogni inquilino che vuole lavare i propri panni si porta appresso una o due prolunghe, di sua proprietà, e avvia il lavaggio. Alla fine ritira (non sempre, quando gli va) i panni lavati e toglie la prolunga. Penso che Dado abbia intenzione, alla prossima riunione di condominio, di proporre il folle acquisto di un’unica prolunga per tutti quanti, la cui spesa potrebbe essere ripartita, con notevole sforzo economico, tra tutti i condomini.

Per ora è tutto direi. Chi ha letto fin qua è autorizzato a esclamare un sonoro: “chi se ne frega!”, o frasi peggiori e più volgari ancora, se crede.

Vado a cucinare il mio mesto pasto solitario.

Alla prossima.



--- Nota tecnica di servizio dedicata a tutti coloro i quali aspettano le mie foto, e me le chiedono anche con una certa piacevole insistenza. Sarò lieto di caricare le foto migliori scattate finora non appena trovo una connessione wireless senza limiti. Mi spiego: qui da casa di Dado mi posso collegare senza particolari problemi, ma il suo contratto prevede un limite mensile di 5 giga di traffico. Mi spiego meglio: se carico troppe foto in un mese consumo una notevole percentuale di banda, il che vuol dire che poi rischio di non collegarmi più, o che Dado deve pagare tariffe extra, questo non mi è chiaro nemmeno a me… Insomma, non mi sono spiegato per niente, lo so. Caricherò poche foto, meno che a NY, e pace. Poi con calma, quando torno, tutti all’Auditorium che fanno una mostra con i miei scatti irlandesi, contenti? ---

giovedì 27 settembre 2007

Leggi di Murphy



Prima osservazione di Morris sul tempo in Irlanda:

"Se c'è il sole è già tanto"

Corollario di Joyce all'Osservazione di Morris

"Se il sole regge per più di un quarto d'ora è grasso che cola"

Relazione di San Patrizio sul tempo irlandese e la fine del mondo:

"Se in questa splendida isola non piove in modo sostanziale per due giorni consecutivi, l'Apocalisse dev'essere vicina"

mercoledì 26 settembre 2007

Impressioni aeroportuali (I)

(ovvero, mancano ancora una decina d’ore prima di incontrare finalmente Dado)


Chiusi nel loro enorme quadrante rettangolare, i numeri gialli dell’orologio della sala d’attesa di Campino segnano le 8:45. Cinquanta persone con le teste ciondolanti aspettano insieme a me che una gentile signorina annunci l’imbarco del nostro volo. Dentro di me il dio del sonno reclama il suo tributo, ma cerco come sempre di essere presente a me stesso: devo fare attenzione al bagaglio, farei meglio a mangiare qualcosa che poi sul volo ti pelano, non c’è fretta tanto di tempo da sprecare ne ho a palate. Anche l’iPod in queste fasi non è di grosso aiuto, e poi non saprei cosa ascoltare. Sul pullman Terravision che mi ha portato qui mi sono goduto il primo album dei Doors, e ho ripensato al momento in cui l’ho comprato: ero da FNAC, alla Défense, durante un bel viaggio a Parigi con Gionata. Fuori dal negozio mi aspettava Célia, e quella fu una delle rarissime occasioni in cui mi regalò qualche parola senza che io gliela rivolgessi per primo. Sono passati poco più di dieci anni da allora.
Un gruppo di bambini italiani in partenza per l’Irlanda ha appena rotto il dormiveglia mattutino di questo girone silenzioso. La fila davanti al desk inizia ad allungarsi, ma mi sono imposto di continuare a scrivere, di non avere alcuna fretta.

Non so il perché di quest’ansia che m’è presa. È da ieri che mi sento teso, pronto a uno scatto di nervi per qualsiasi sciocchezza, sempre impegnato in rapidi ripassi mentali di quel che ancora mi manca da fare prima di cominciare a godermi il viaggio. Anche qui in aeroporto ho fatto tutto di fretta, come se il mio aereo fosse in partenza di lì a pochi secondi. In realtà ho ancora un’ora prima del volo, e una decina prima di incontrarmi finalmente con Dado.
Fino a ieri sera pensavo di essere giusto un po’ teso per il “lungo” viaggio (un mese, non tantissimo forse, ma sarà la mia trasferta più lunga dopo l’estate passata a New York). Piano piano inizio a capire: questa tensione viene dall’emozione, dalla voglia di andare, e cresce nell’attesa che qualcosa di bello si realizzi. Dev’essere tutto questo, sicuramente, mischiato a una strisciante paura, ma di cosa non saprei.

Salgo sull’aereo per primo, e non mi era mai capitato. Tutti quei sedili gialli e blu completamente vuoti, e gli assistenti pronti ai blocchi di partenza con il loro sorriso cortese e un po’ ebete stampato in faccia. Al posto loro nessuno si comporterebbe diversamente, credo. L’imbarazzo della scelta non mi frena, l’unica cosa che mi interessa ora è prendermi un posto di corridoio, perché magari posso allungare un po’ le gambe durante il volo.
Vicino a me il posto rimane vuoto, mentre gli altri passeggeri si dispongono sui sedili e allacciano diligentemente le loro cinture. Un signore irlandese sulla cinquantina, matto o ubriaco non l’ho capito, canticchia qualcosa e punta i sedili accanto a me. Le mie speranze non sono vane e passa oltre. Poi è il turno di un roscio donnone di cento e passa chili: gliela gufo anche a lei, e va bene così. L’amica però si insinua davanti alle mie ginocchia e scivola al posto del finestrino. Perfetto così: tranquilla signora di 60 anni, io e te piazzati così non faremo sedere nessun rompicoglioni accanto a noi, e potremo ignorarci per tre ore in tutta tranquillità. Su treni o aerei divento un orso silenzioso: non mi interessa il destino passato o futuro dei miei compagni di viaggio (a meno che non si tratti di belle signorine, ma mi è capitato solo una volta); generalmente voglio solo dormire, sentire la mia musica, pensare i miei pensieri.
L’aereo decolla e vira veloce sopra la città eterna, avvolta in una calda foschia. Dall’alto distinguo a malapena lo Stadio Olimpico, e da lì ricostruisco la disposizione dei quartieri di Roma Nord. Lancio un saluto mentale a tutti gli amici e i familiari che vivono fra San Gaetano e Piazzale Flaminio, con lieve cenno della mano e (forse) una lacrimuccia intrappolata nella palpebra. La tranquilla signora si lascia sfuggire un lieve sorriso vedendo la scena, ma in fondo va bene così: guardando la scena da fuori forse anche io mi troverei un po’ ridicolo, chissà…

Passo le successive tre ore seduto, a far ciondolare la testa dal sonno troppo leggero e spesso interrotto. Mi concedo un cioccolato caldo bollente e un doppio tramezzino provola e prosciutto. L’abbinamento è terribile e la hostess italiana lo sa. “Mi servirà anche per pranzo” provo a giustificarmi, ma in realtà vorrei dare vita a una bella polemica sul catering di Ryan Air, che non prevede biscotti e brioche sui voli in partenza alle 10 del mattino. Sono troppo stanco e una polemica sterile in queste condizioni non sarebbe divertente, non me la godrei. La hostess, inconsapevole della fortuna che le è capitata, prosegue oltre. Insieme al resto dei soldi pagati per la colazione mi ritrovo in mano un tagliandino di una specie di lotteria: prima della fine del vole sorteggeranno il fortunato che viaggerà gratis A/R verso qualsiasi destinazione egli voglia visitare. Non approfondisco i termini della cosa (per esempio, il volo è gratis, ma le tasse vanno pagate? E se non vanno pagate, vale per tutte le tasse in vigore nel paese o solo per quelle aeroportuali?), tanto non sarò io quel fortunato e lo so. Anche alla signora tranquilla viene dato un biglietto, mi guarda come per chiedere a cosa serva, poi c’arriva da sola e tace.
Tra uno stanco ciondolamento a bocca aperta e l’altro, ho appena la voglia di sfogliare distrattamente la rivista di bordo: c’è un bel servizio sulle crociere tra i fiordi norvegesi e provo ad appuntarmi mentalmente la cosa. Chissà, un prossimo viaggio potrebbe portarmi lì, oltre il Circolo Polare Artico.
Finalmente giunge il momento tanto atteso da grandi e piccini: l’atterraggio? No! L’estrazione della lotteria Ryan Air, con in palio un magnifico viaggio gratis o quasi, chissà. Lo speaker legge in inglese i numeri del biglietto estratto a una velocità tale che anche la tranquilla signora irlandese al mio fianco fa fatica a capire. Aspettiamo di veder saltare dalla gioia il vincitore, nascosto in chissà quale sedile. Lo speaker ripete i numeri stavolta in italiano e… incredibbbile! Stavolta, non so come, non ho vinto. Esattamente come prevedevo. Ma non finisce qui: ripeto lentamente i numeri in inglese alla tranquilla signora, e lei sorride, dicendo così “en passant” che il biglietto è il suo.
Ora, ripeto, non me ne frega niente e non mi sembra un gran premio: però mi rendo subito conto che, se uno stronzo tirchione qualche fila avanti a me avesse deciso di spendere due euro per un’acqua minerale, i biglietti sarebbero scalati all’indietro e quello estratto sarebbe stato il mio. Questo un po’ mi fa rosicare. In più tutte le vecchie e allegre comari si rallegrano e si prodigano in congratulazioni con la tranquilla signora: una viene addirittura a sedersi per un po’ nel posto libero al centro. Per tutta risposta la signora sembra come scocciata di tanto premio: fa mille problemi, dice che ancora non è tornata e già deve decidere quando partirà e dove andrà, e altre mille palle del genere. Io la squalificherei per comportamento antisportivo, per piccola fortuna immeritata!
Tutto questo viene messo a tacere dal dlindlon del segnale delle cinture di sicurezza: prepararsi all’atterraggio, prego. Dall’oblò vedo solo il cielo a pecorelle, ovviamente da una prospettiva diversa rispetto al solito (qui in alto non potrà mai voler dire “pioggia a catinelle”, almeno fino al giorno del giudizio): fra una nuvola e l’altra si vede il canale d’Irlanda, e sembra molto agitato, quasi incazzato a giudicare dal numero di onde che ne segnano la superficie.

Ci deve essere un vento notevole. E proprio mentre l’aereo si avvicina alla pista, iniziando a sorvolare qualche sobborgo a nord di Dublino, ce ne rendiamo tutti conto, nostro malgrado. L’aereo balla, oscilla veramente tanto, a destra e a sinistra. Cerco conforto nell’espressione distratta dell’assistente di volo più giovane: se lui ci è abituato vorrà dire che è normale. Ma a me non sembra normale per niente. Le case si avvicinano, si ingrandiscono, villette a schiera di mattoni rossi e neri che veloci scorrono via dall’oblò: però il rollio continua. Appena pochi secondi prima di toccare terra l’aereo fa una manovra spaventosa: prima vira di una decina di gradi a sinistra, poi immediatamente si ristabilizza, scende e atterra, come se nulla fosse successo. Fra i passeggeri silenzio e occhi sgranati: appena atterrati e rallentati, parte il classico applauso, abitudine tipicamente italiana che io non sopporto. Questa volta però il moto liberatorio coinvolge anche la maggioranza irlandese presente a bordo. Una volta sceso mi rendo conto di quanto sia bello il tempo: c’è un sole incredibile e tutte le nuvole in cielo corrono via veloci. Il vento è quasi fastidioso e se non avessi il giaccone con me probabilmente sarei già surgelato.

[continua...]