giovedì 2 ottobre 2008

October, once again

October
And the trees are stripped bare
Of all they wear
What do I care?

October
And kingdoms rise
And kingdoms fall
But you go on and on

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Ottobre
e gli alberi si denudano
di tutto ciò che indossano;
dovrei curarmene?

Ottobre
e gli imperi nascono
e gli imperi crollano
ma tu prosegui, incessante

lunedì 12 maggio 2008

Per aspera...


Fuori dalla finestra oggi Dublino sembra Jamaica, per dirla con le parole dell'immortale poeta Antonellone Venditti.

E' una città diversa, rischiarata da un sole incredibile, senza nuvole, dalla mattina alla sera ininterrottamente, e con almeno 20 gradi all'ombra.
E questo mi permette di notare ancora meglio di NON essere "irlandese dentro".
Perché, per quanto apprezzi questo clima eccelso, e rosichi in cuor mio di essere bloccato in casa dal lavoro e non poter uscire quindi a fare due passi, magari a Phoenix Park con un po' di buona musica nelle orecchie (sarebbe per altro un'ottima occasione per ripassare i testi dei The National in vista del concerto di mercoledì)... non mi verrebbe mai in mente di infilarmi un paio di bermuda o pantaloncini corti e girare così a petto nudo per la strada! E invece qui molti lo fanno, lo fanno.

Un po' li invidio, un po' mi chiedo cosa farebbero in Italia: oserebbero forse andare a passeggio in costume adamitico?

Resta il fatto che mi sento tarpato, imprigionato in casa, mentre aspetto risposte su lavori eventuali e futuri. Spero ne valga davvero la pena, stavolta in senso più che mai letterale.

p.s. - la foto in alto si riferisce a ieri, quando effettivamente sono anche andato al mare... e però non era una così bella giornata, e il vento si sentiva eccome!

lunedì 4 febbraio 2008

Un po' di cronaca (sabato)



--dalla seconda lettera dei fratelli a Franci--

Ciao sorellina,
qui è Morris che ti scrive, ma penso di poter parlare a nome di entrambi i componenti della famiglia che si trovano momentaneamente a Dublino.

Ieri (sabato) abbiamo pranzato al mercatino di Temple Bar (te lo ricordi?): stavolta, invece di noodles e crepes, abbiamo optato per un ricco (in tutti i sensi, visto che costava 5euroni) hamburger alla griglia, buono e soddisfacente. Dado ha poi esagerato, completando il pranzo con un gelatone enorme della Hagen-Daazs (o come cacchio si scrive).

Finito il pasto ci siamo infilati di corsa in un pub sempre di Temple Bar per la partita: appena in tempo per l'inno nazionale, ascoltato e cantato in piedi con mano destra su cuore sinistro. D'altronde quella canzone dice proprio "Fratelli d'Italia", quindi parla di noi, giusto?
La partita non è stata bella e in fin dei conti abbiamo anche perso, ma tenere testa all'Irlanda qui a Dublino e lasciarli col fiato sospeso fino all'ultimo è stata comunque una gran soddisfazione, come ho avuto modo di dire anche al tassista conosciuto più tardi (vedi oltre). Di irlandesi al pub ce n'erano pochini: Croke Park, lo stadio, era pieno (mi sa che è più grosso dell'Olimpico...) e gli altri tifosi irlandesi saranno giustamente restati a casa loro a vederla sul televisore di loro proprietà. C'erano però un po' di italiani, coi quali ho scambiato qualche parola in occasione della sigaretta all'intervallo: erano abbruzzesi e napoletani, avevano anche i biglietti per lo stadio, ma a causa di un litigio nel gruppo li avevano venduti... che fessi!
Durante la partita io ho buttato giù un paio di Guinness: grave errore! Non sono abituato a bere così presto, e sono rimasto stonato per tutto il pomeriggio e la sera.

Usciti dal pub abbiamo fatto un giro di shopping: Dado cercava un accappatoio, ma abbiamo scoperto, non senza stupore, che non è un capo d'abbigliamento previsto dal codice irlandese. NON ESISTE! A dire il vero non ci ricordavamo nemmeno la parola inglese per descriverlo (cioé "bath robe") quindi Dado ha chiesto a una commessa "sa per caso dove posso trovare quella specie di grande-asciugamani da doccia, col cappuccio, che uno indossa dopo aver fatto la doccia o il bagno?".
La commessa cinese di Penneys l'ha guardato e gli ha risposto "ho capito, lo so come si chiama... ma non lo vendiamo" e non si è nemmeno degnata di rivelarci il nome ufficiale.
Qui ci sono ancora i saldi, a prezzi stracciati. Abbiamo anche preso un regalo per Sarah, una ragazza che venerdì ci ha invitato alla sua cena di compleanno (ma noi non sapevamo dell'occasione...). Sfruttando poi una promozione "3 DVD x 30 Euro", mi sono accaparrato "Flags of our fathers" e "Letters from Iwo jima" in edizione speciale doppio disco ;) Solito acquisto compulsivo...

Abbiamo trascorso il resto del pomeriggio a casa, a cantare al singstar ROCK! nuovo di pacca (mitica la performance di Dado con "Don't Stop Me Now" dei Queen...) e a riposarci un po': io ho quasi finito il libro che mi ero portato -"No Country for Old Men"- in previsione dell'andata al cinema di oggi per il film omonimo. E' un gran libro, sarà anche un gran film, mi auguro.
Alle 23, cioé per cena (!!!), abbiamo raggiunto MaVi e i suoi amici dalle parti di St.Patrick's: siamo entrati in un appartamento con pareti arancioni e moquette a fantasia folle (sembrava la casa dei tossici di Trainspotting, mancava il neonato che camminava sul soffitto!), dotato di pizze surgelate cotte al forno (non troppo pessime) e soprattutto di calcio-balilla. Dopo un centinaio di partite, volute fortemente e giocate intensamente in particolare da MaVi, che è una specie di squalo ultracompetitivo e gioca alla morte ogni palla anche se l'avversario sta bevendo una birra con una mano mentre gioca con l'altra, ci siamo decisi a uscire, credo fosse l'una o giù di lì.
Dopo una punta a un locale troppo pieno per entrare, siamo andati a passo spedito verso il Pravda (conosci anche questo locale!), il pub sovietico di fronte al Ha'penny Bridge: la passeggiata per raggiungerlo è stata drammatica, con un gelido vento sferzante lungo il Liffey, ma poi lì dentro l'atmosfera era molto calda (finalmente ho sfoggiato una delle mie tees nuove!) e carina. Come al solito c'era molta bella musica, del genere che piace a me: rock-indie-alt-revival, con cure, joydiv, pixies, arcadefire, kingsofleon e qualche zozzata anni 80 della peggior risma. Ogni tanto uscivo a fumare una sigaretta, restando però in magliettina: le ho buttate quasi tutte dopo un paio di tiri, tanto era il freddo e la voglia di rientrare dentro. E non mi aiutava nemmeno quell'artista di strada che, alle 2 di notte e in uno dei punti più freddi del pianeta terra, si cimentava nella rotazione vorticosa di corde dalle estremità incendiate. Una specie di gioco acrobatico che non richiamava l'attenzione di nessuno (a parte i buttafuori del locale che lo hanno invitato ad allontanarsi). In compenso l'aria fuori dal locale era intrisa di puzza di benzina...
Abbiamo ballato fino a che non ci hanno cacciato, alle 2.30. Da lì abbiamo preso il taxi verso casa, smezzando anche con MaVi e una sua amica: siamo stati fortunati, di solito il sabato tocca aspettare un quarto d'ora o più prima di beccare il taxi libero, e invece questo è arrivato subito. Io stavo seduto davanti, e contavo gli spicci della colletta per pagare il taxi: sembrava che avessi derubato il cestino della questua! Ho anche scambiato due chiacchiere sul rugby e sull'Italia con il simpatico tassista (vedi sopra). Una volta a casa mi sono sbrigato a finire il libro, sempre in previsione dell'andata al cinema, ma dopo un po' sono crollato e mi sono addormentato.

Qui a Dublino niente maschere, niente sabato grasso né martedì ciccione: non sanno nemmeno cosa sia il Carnevale. L'altra sera ho anche spiegato a un ragazzo tedesco che cosa è il carnevale di Venezia: lui non lo conosceva proprio! Ma si può vivere nell'ignoranza più totale, dico io?
Forse se mi mandi una foto di voi tre mascherati potrà capire meglio lo spirito carnascialesco no? :D

Oggi cinema, forse Phoenix Park (ma pioviccica a tratti), però niente Lazio: non la trasmettono in nessun pub d'Irlanda. Maledetti!

Adesso ti saluto. Mi sono accorto di aver scritto un sacco, quindi forse riciclerò questa lettera come post sul blog.
(...)
Un bacio grande alla mia/nostra sorellina,
ci vediamo presto presto

sabato 2 febbraio 2008

Ritorno a Dublino




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> fadetoblack

--- resoconto similfuturista depunteggiato deaggettivato dei miei primi due giorni a Dublino nel 2008. Bentornato a me.

venerdì 19 ottobre 2007

We Shall Rejoice


Fra un'ora e mezzo uscirò. Scenderò per Infirmary Road fino a Heuston Station.
Da lì il 748 mi porterà lungo il Liffey, attraverso Dublino, verso il porto e la grande baia, ma poco prima di tuffarsi nel mare svolterà a sinistra, verso nord, e infilerà il lungo tunnel.
Ancora pochi minuti e arriverà a destinazione: l'aeroporto.

Vado a prendere Francesca.
I 3 fratelli di nuovo insieme, per il primo viaggio tutto nostro.


Yes I had a dream
I stood beneath an orange sky
With my brother and my sister standing by
"Orange Sky", Alexi Murdoch*

* - grazie a Dado per l'imbeccata sul brano, qualche giorno fa ;)

mercoledì 17 ottobre 2007

He's lost control (again)


Guess the dreams always end
They don't rise up - just descend
But I don't care anymore
I've lost the will to want more
Insight, 1979



Scrivo di getto queste righe, subito dopo essere stato a vedere Control, film sulla vita (e sul suicidio) di Ian Curtis, cantante dei Joy Division, impiccatosi nel maggio del 1980, poco prima di prendere il volo per gli USA per il primo grande tour internazionale della band.

Sono andato al cinema da solo: è stato un insieme di circostanze a determinare questa andata solitaria, ma in fondo è stato giusto così. I Joy Division si ascoltano e si amano in solitudine; e poi sono il solo, tra le persone che conosco, che possiede un disco dei Joy Division o che li ascolti con una certa regolarità. E sono stati un gruppo "deprimente", a giudizio di moltissimi, che cantava situazioni di isolamento (isolation) e di straniamento (I rember nothing): una band tutta centrata intorno alla personalità del suo leader.

La cosa che mi è più piaciuta del film è l'essenzialità, la scarna linearità con la quale racconta una vita lineare e scarna, una discesa nel baratro rapidissima (6 anni) e inarrestabile; il film si astiene dal presentare la morte di Curtis come il classico smarrimento della rockstar, celebre e lontana, vittima del suo successo.

I Joy Division hanno conosciuto un successo piuttosto limitato all'inizio, tutti i membri della band cercavano di tenere in piedi un altro lavoro per poter campare.
Lo stesso Curtis si sposa giovanissimo con Debbie (il film prende spunto dal libro scritto dalla moglie, "Touching from a distance") e da lei riceve subito un figlio: per tirare avanti lavora all'ufficio di collocamento del piccolo sobborgo di Manchester in cui è nato e cresciuto.
Non ci sono droghe nel film, nessun eccesso tipico di idoli glam e impaccati di soldi. Vite troppo normali, arricchite forse solo dalla musica essenziale e rivoluzionaria suonata la sera in piccole sale concerti di periferia; il successo e i riconoscimenti arrivarono dopo, troppo tardi. Oltre a nicotina e qualche birra post-concerto, le uniche sostanze sempre presenti nella vita di Curtis sono le medicine, prese nel disperato tentativo di arginare l'epilessia, malattia sacra forse ma dal terribile impatto sulla fragile stabilità del cantante.
Una famiglia da sfamare, un doppio lavoro, una band potenzialmente importantissima ma che deve ancora sfondare. La situazione precipita: lo stesso Ian confessa al proprio discografico di non sentirsi più in grado di andare avanti, di non avere più energie per proseguire. Intanto la sua vita coniugale stava andando a rotoli: abbandona la moglie per una giovane giornalista belga. Con nessuna delle due donne stabilisce una comunicazione, anzi: più si sforza di parlare con entrambe, pià si stanca e si isola. Un processo di svuotamento che si completa in modo tragico e in fondo prevedibile.
Nessun "tentato" suicidio. Ci prova e ci riesce subito, alla prima botta. Si impicca nella cucina di casa, la moglie lo trova e urla. Tragico e ancora una volta lineare, scarno.

Un film drammatico, ben girato (in un freddo bianco e nero) dall'unica persona moralmente "autorizzata" a farlo: Anton Corbijn, al suo esordio in un lungometraggio, è stato anche luno dei pochissimi a scattare foto del gruppo (e a realizzare il video di "Atmosphere" 8 anni dopo la morte di Ian). I Joy Division sono sempre stati piuttosto restii a comunicare attraverso i mass media. Corbijn è in realtà un fotografo, anche piuttosto celebre per il lavoro insieme a gruppi rock come U2, Depeche Mode e Killers: la fotografia del film, inutile dirlo, è praticamente perfetta, e ogni inquadratura vive di precisione e bellezza.

Non so se questo film verrà distribuito in Italia, però credo che sarebbe un peccato se non dovesse accadere. Ovviamente non può essere promosso come "il film sui Joy Division", perché lo andremmo a (ri)vedere in pochi: proporlo come un bel film drammatico "made in UK" e ben accolto sia negli USA che a Cannes potrebbe togliere dal film le strette virgolette della raccomandazione "per appassionati di musica post-punk fine anni '70" e regalargli la giusta dimensione di "biografia drammatica" di un personaggio interessante e sconvolgente.

- il film secondo il sito Joy Division Central -
- link a una recensione migliore della mia (A.O.Scott sul New York Times) -
- la storia del gruppo sul sito del fratello di Valeria -

sabato 13 ottobre 2007

Update mondano

Ammetto di aver trascurato finora gli aspetti più goderecci del mio soggiorno a Dublino. Rimedio subito con un lungo riassunto delle serate più "in" dei giovani romani nella Dublino alcolica e caciarona.


È da lunedì che io e Dado non passiamo una serata tranquilla a casa, con un film (in quel caso Babel, di Inarritu: ottima pellicola drammatica, forse un po' retorico ma molto ben congegnata - continuo a preferire Crash, comunque, visto che spesso i due film sono messi in relazione).

Martedì 9 ho raggiunto Fausta (la calciatrice - vedi qui) e Sarah (una sua coinquilina, già organizzatrice insieme a Sonia e alla stessa Fausta della cena e della seguente festa di compleanno di sabato 6); dopo averle incontrate sotto lo Spire ci siamo diretti al Porterhouse, un pub di Temple Bar famoso per la birra (di produzione loro) e le ottime band che si alternano sul palco. Quella stessa sera Dado aveva prima un altro appuntamento con altri amici, quindi ci avrebbe potuto raggiungere lì solo dopo; e l'avrebbe anche fatto, se solo il mio sms gli fosse arrivato.
Il Porterhouse è un tipico pub irlandese, tre o quattro piani enormi, pieni di tavoli e di mensole per appoggiare la birra anche rimanendo in piedi; sospeso un po' a mezzaria si trova il piccolo palco, dove questo duo, a quanto pare piuttosto affermato, ha suonato a lungo un buon repertorio di brani rock e pop, alternandosi al canto. Voto 7. Ad essere sincero avevo apprezzato maggiormente il gruppo scoperto nello stesso locale durante una prima bevuta, con Teresa nella sua ultima sera di permanenza a Dublino (nome del gruppo: Usual Suspects - devo ricordarmi di tornare a sentirli lunedì prossimo!). Dopo un primo giro di birra, si sono aggiunti al nostro tavolo Rudy (siciliano, amico delle ragazze, tifoso milanista che ha già goduto nel vedere me e Dado soffrire durante quel match disgraziato che passerà alla storia come "Muslera's dark night, ovvero, non bastano due guanti per far di te un portiere di calcio") e un suo amico appena arrivato da Londra, tale Maurizio.
Effettivamente due Maurizi allo stesso tavolo in un pub dublinese non dev'essere cosa molto comune.
Nonostante la musica a volume decisamente alto abbiamo chiacchierato piacevolmente del più e del meno. In particolare, ho fatto di tutto per convincere Sarah, irlandese di Dublino, a diventare una fiera sostenitrice della causa laziale, un'aquilotta come dice Rudy. Quando mi sono sentito rispondere che non ama molto gli sport competitivi, ho capito che stavo sprecando il mio tempo! Visto che Dado non sarebbe più venuto, ho fatto una corsa incredibile per prendere l'ultimo autobus da O'Connell e me ne sono tornato a casa.
Daniele mi aspettava in piedi e abbiamo potuto così festeggiare, allo scoccare della mezzanotte, il suo onomastico: ricchi doni e grasse risa, soprattutto alla vista del fondamentale "mestolo per spaghetti", un attrezzo da cucina molto sottovalutato che ancora mancava alla collezione del mio giovane fratello emigrante.

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