venerdì 28 settembre 2007

Davanti al Nescafé io non pensavo a te

(ovvero, “Ah, se Mogol fosse qui, ora...”)


So bene che le più elementari leggi della narrazione mi imporrebbero di proseguire là dove ho lasciato un precedente racconto, ricominciando con una frase tipo “una volta sbarcato nel terminal dell’aeroporto dublinese…”. Però ho deciso di tenere ancora alta la suspence, tanto chi sta leggendo queste righe sa benissimo che dall’aeroporto sono uscito e come (altro che Tom Hanks! Nemmeno avessi incontrato Catherine Z. Jones…).

Stasera mi va di raccontare qualcos’altro. Un po’ forse ho perso l’abitudine di scrivere, un po’ sarà anche l’atmosfera dublinese, che per esempio mi fa prendere un bel Nescafé adesso (vedi che c’era un motivo per il titolo! Lo dicevo, io!), alle 8 di sera (le 21 in Italia) e poi la cena dopo, con calma.

Stasera sto da solo, qui a North Circular Road.
Dado è partito stamattina, e non aspetto visite fino a domattina. Ne approfitto per fare il punto di questi primi giorni: positivi e particolari nella loro “semplice normalità”, perché ho ritrovato Dado e siamo finalmente tornati a dividere una stanza come ai bei tempi. E forse anche perché il filo del lavoro è proseguito ininterrotto insieme alle sue note conseguenze (cioè occhi incollati al computer, schiena gobba, pausa sigaretta non più di una volta ogni ora… e via con la traduzione).

Però questa sistemazione mi piace, così come l’appartamento che stiamo dividendo.
Breve descrizione: trattasi di uno studio apartment (la formula chic per definire “monolocale”) posto al pian terreno di un brownstone a 3 piani. È quel tipo di casa tipicamente anglosassone, col giardinetto davanti e il cortile posteriore. Un po’ come quella dei Robinson a Brooklyn per capirci… solo che lì ci viveva solo una famiglia di ricchi afroamericani, e ci riuscivano anche a girare un telefilm; qui invece il proprietario ha diviso la casa in 147 appartamenti piccini e li ha affittati ancora-non-ho-capito-bene-a-chi. Il monolocale che Daniele occupa è grande una quarantina di metri quadrati e affaccia lato strada tramite un grande bovindo. Dentro ci stanno comodi due letti, un buon numero di mobili, un armadio a due ante, il televisore e un tavolo proprio sotto la finestra: e pensare che Dado dentro casa ci tiene anche la bici perché ha paura che nell’atrio gliela freghino! Giusto l’angolo cucina è forse un po’ sacrificato: spesso diventa complicato darsi una mano a cucinare perché lo spazio è piuttosto ristretto.
Per ora mi è sembrato lo spazio giusto per abitarci da soli. In due o in tre cresce la necessità di organizzazione, tanto dei tempi (chi va per primo al cesso, vince!) quanto degli spazi.

Segue elenco di piccole e inutili curiosità, quello che potrei definire il “Forse non tutti sanno che” dedicato all’abitazione che mi ospiterà per le prossime settimane:

- Per tirare l’acqua al gabinetto bisogna seguire una procedura tutta speciale: tirare giù tavoletta e coperchio (il sedile, insomma), afferrare la maniglia dello scarico possibilmente con entrambe le mani e dare un colpo secco e prolungato fino in fondo, tenendo giù la maniglia. Se non si rispetta la procedura scende un rivoletto scarso d’acqua e bisogna trascorrere qualche minuto di sofferenza nei pressi della tazza prima di riprovare da capo.

- Al piano di sopra abitano i polacchi. Uso l’articolo determinativo perché ne ho visti talmente tanti e diversi passare avanti e indietro che secondo me ci abita l’intera popolazione della Repubblica di Polonia. Per ora la convivenza è pacifica e ci si saluta col sorriso, ma Dado ha già riscontrato qualche problema e, proprio mentre scrivo, noto che il volume del vociare si è alzato stasera. Vedremo.

- Dado ha comprato delle coperte favolose, morbide, caldissime, grandi il doppio del necessario così uno ci si può avvolgere dentro fino a soffocare nel sonno.

- Per fumare devo uscire e andare davanti casa, all’aperto. Mi sembra naturale, visto che Dado non fuma e che qui dentro una sigaretta potrebbe ricreare in tre minuti quell’atmosfera di un vicolo londinese in pieno novembre tanto cara a Jack lo Squartatore.

- Il palazzo non è dotato di secchi per l’immondizia, e il camion dei rifiuti passa solo una volta a settimana, il lunedì mattina all’alba. Ergo, la domenica sera tutti i condomini devono portare i propri sacchi fuori, lungo il marciapiede. I netturbini però ritirano soltanto i sacchi dotati di apposita etichetta, che serve a dimostrare che si è pagata la tassa sui rifiuti. Alcuni inquilini tempo fa hanno lasciato fuori dei sacchi senza etichetta: nessuno li ha presi e sono ancora lì. Io e Dado aspettiamo l’arrivo dei topi, poi chiamiamo il pifferaio di Hamlin.

- Il tostapane elettrico e il bollitore elettrico sono due elettrodomestici enormemente sottovalutati: da quando sono qui ne ho fatto un uso incredibile. Solo ieri, che sono rimasto a casa a tradurre quasi tutto il giorno, ho bevuto 3 tazze di Nescafé, una di cioccolato, una di tè, e mi sono mangiato 5/6 toast con marmellata e burro d’arachidi, o con la nutella.

- Vicino all’appartamento di Dado c’è uno sgabuzzino con la lavatrice condominiale. Nello sgabuzzino però manca la corrente elettrica: quindi ogni inquilino che vuole lavare i propri panni si porta appresso una o due prolunghe, di sua proprietà, e avvia il lavaggio. Alla fine ritira (non sempre, quando gli va) i panni lavati e toglie la prolunga. Penso che Dado abbia intenzione, alla prossima riunione di condominio, di proporre il folle acquisto di un’unica prolunga per tutti quanti, la cui spesa potrebbe essere ripartita, con notevole sforzo economico, tra tutti i condomini.

Per ora è tutto direi. Chi ha letto fin qua è autorizzato a esclamare un sonoro: “chi se ne frega!”, o frasi peggiori e più volgari ancora, se crede.

Vado a cucinare il mio mesto pasto solitario.

Alla prossima.



--- Nota tecnica di servizio dedicata a tutti coloro i quali aspettano le mie foto, e me le chiedono anche con una certa piacevole insistenza. Sarò lieto di caricare le foto migliori scattate finora non appena trovo una connessione wireless senza limiti. Mi spiego: qui da casa di Dado mi posso collegare senza particolari problemi, ma il suo contratto prevede un limite mensile di 5 giga di traffico. Mi spiego meglio: se carico troppe foto in un mese consumo una notevole percentuale di banda, il che vuol dire che poi rischio di non collegarmi più, o che Dado deve pagare tariffe extra, questo non mi è chiaro nemmeno a me… Insomma, non mi sono spiegato per niente, lo so. Caricherò poche foto, meno che a NY, e pace. Poi con calma, quando torno, tutti all’Auditorium che fanno una mostra con i miei scatti irlandesi, contenti? ---

giovedì 27 settembre 2007

Leggi di Murphy



Prima osservazione di Morris sul tempo in Irlanda:

"Se c'è il sole è già tanto"

Corollario di Joyce all'Osservazione di Morris

"Se il sole regge per più di un quarto d'ora è grasso che cola"

Relazione di San Patrizio sul tempo irlandese e la fine del mondo:

"Se in questa splendida isola non piove in modo sostanziale per due giorni consecutivi, l'Apocalisse dev'essere vicina"

mercoledì 26 settembre 2007

Impressioni aeroportuali (I)

(ovvero, mancano ancora una decina d’ore prima di incontrare finalmente Dado)


Chiusi nel loro enorme quadrante rettangolare, i numeri gialli dell’orologio della sala d’attesa di Campino segnano le 8:45. Cinquanta persone con le teste ciondolanti aspettano insieme a me che una gentile signorina annunci l’imbarco del nostro volo. Dentro di me il dio del sonno reclama il suo tributo, ma cerco come sempre di essere presente a me stesso: devo fare attenzione al bagaglio, farei meglio a mangiare qualcosa che poi sul volo ti pelano, non c’è fretta tanto di tempo da sprecare ne ho a palate. Anche l’iPod in queste fasi non è di grosso aiuto, e poi non saprei cosa ascoltare. Sul pullman Terravision che mi ha portato qui mi sono goduto il primo album dei Doors, e ho ripensato al momento in cui l’ho comprato: ero da FNAC, alla Défense, durante un bel viaggio a Parigi con Gionata. Fuori dal negozio mi aspettava Célia, e quella fu una delle rarissime occasioni in cui mi regalò qualche parola senza che io gliela rivolgessi per primo. Sono passati poco più di dieci anni da allora.
Un gruppo di bambini italiani in partenza per l’Irlanda ha appena rotto il dormiveglia mattutino di questo girone silenzioso. La fila davanti al desk inizia ad allungarsi, ma mi sono imposto di continuare a scrivere, di non avere alcuna fretta.

Non so il perché di quest’ansia che m’è presa. È da ieri che mi sento teso, pronto a uno scatto di nervi per qualsiasi sciocchezza, sempre impegnato in rapidi ripassi mentali di quel che ancora mi manca da fare prima di cominciare a godermi il viaggio. Anche qui in aeroporto ho fatto tutto di fretta, come se il mio aereo fosse in partenza di lì a pochi secondi. In realtà ho ancora un’ora prima del volo, e una decina prima di incontrarmi finalmente con Dado.
Fino a ieri sera pensavo di essere giusto un po’ teso per il “lungo” viaggio (un mese, non tantissimo forse, ma sarà la mia trasferta più lunga dopo l’estate passata a New York). Piano piano inizio a capire: questa tensione viene dall’emozione, dalla voglia di andare, e cresce nell’attesa che qualcosa di bello si realizzi. Dev’essere tutto questo, sicuramente, mischiato a una strisciante paura, ma di cosa non saprei.

Salgo sull’aereo per primo, e non mi era mai capitato. Tutti quei sedili gialli e blu completamente vuoti, e gli assistenti pronti ai blocchi di partenza con il loro sorriso cortese e un po’ ebete stampato in faccia. Al posto loro nessuno si comporterebbe diversamente, credo. L’imbarazzo della scelta non mi frena, l’unica cosa che mi interessa ora è prendermi un posto di corridoio, perché magari posso allungare un po’ le gambe durante il volo.
Vicino a me il posto rimane vuoto, mentre gli altri passeggeri si dispongono sui sedili e allacciano diligentemente le loro cinture. Un signore irlandese sulla cinquantina, matto o ubriaco non l’ho capito, canticchia qualcosa e punta i sedili accanto a me. Le mie speranze non sono vane e passa oltre. Poi è il turno di un roscio donnone di cento e passa chili: gliela gufo anche a lei, e va bene così. L’amica però si insinua davanti alle mie ginocchia e scivola al posto del finestrino. Perfetto così: tranquilla signora di 60 anni, io e te piazzati così non faremo sedere nessun rompicoglioni accanto a noi, e potremo ignorarci per tre ore in tutta tranquillità. Su treni o aerei divento un orso silenzioso: non mi interessa il destino passato o futuro dei miei compagni di viaggio (a meno che non si tratti di belle signorine, ma mi è capitato solo una volta); generalmente voglio solo dormire, sentire la mia musica, pensare i miei pensieri.
L’aereo decolla e vira veloce sopra la città eterna, avvolta in una calda foschia. Dall’alto distinguo a malapena lo Stadio Olimpico, e da lì ricostruisco la disposizione dei quartieri di Roma Nord. Lancio un saluto mentale a tutti gli amici e i familiari che vivono fra San Gaetano e Piazzale Flaminio, con lieve cenno della mano e (forse) una lacrimuccia intrappolata nella palpebra. La tranquilla signora si lascia sfuggire un lieve sorriso vedendo la scena, ma in fondo va bene così: guardando la scena da fuori forse anche io mi troverei un po’ ridicolo, chissà…

Passo le successive tre ore seduto, a far ciondolare la testa dal sonno troppo leggero e spesso interrotto. Mi concedo un cioccolato caldo bollente e un doppio tramezzino provola e prosciutto. L’abbinamento è terribile e la hostess italiana lo sa. “Mi servirà anche per pranzo” provo a giustificarmi, ma in realtà vorrei dare vita a una bella polemica sul catering di Ryan Air, che non prevede biscotti e brioche sui voli in partenza alle 10 del mattino. Sono troppo stanco e una polemica sterile in queste condizioni non sarebbe divertente, non me la godrei. La hostess, inconsapevole della fortuna che le è capitata, prosegue oltre. Insieme al resto dei soldi pagati per la colazione mi ritrovo in mano un tagliandino di una specie di lotteria: prima della fine del vole sorteggeranno il fortunato che viaggerà gratis A/R verso qualsiasi destinazione egli voglia visitare. Non approfondisco i termini della cosa (per esempio, il volo è gratis, ma le tasse vanno pagate? E se non vanno pagate, vale per tutte le tasse in vigore nel paese o solo per quelle aeroportuali?), tanto non sarò io quel fortunato e lo so. Anche alla signora tranquilla viene dato un biglietto, mi guarda come per chiedere a cosa serva, poi c’arriva da sola e tace.
Tra uno stanco ciondolamento a bocca aperta e l’altro, ho appena la voglia di sfogliare distrattamente la rivista di bordo: c’è un bel servizio sulle crociere tra i fiordi norvegesi e provo ad appuntarmi mentalmente la cosa. Chissà, un prossimo viaggio potrebbe portarmi lì, oltre il Circolo Polare Artico.
Finalmente giunge il momento tanto atteso da grandi e piccini: l’atterraggio? No! L’estrazione della lotteria Ryan Air, con in palio un magnifico viaggio gratis o quasi, chissà. Lo speaker legge in inglese i numeri del biglietto estratto a una velocità tale che anche la tranquilla signora irlandese al mio fianco fa fatica a capire. Aspettiamo di veder saltare dalla gioia il vincitore, nascosto in chissà quale sedile. Lo speaker ripete i numeri stavolta in italiano e… incredibbbile! Stavolta, non so come, non ho vinto. Esattamente come prevedevo. Ma non finisce qui: ripeto lentamente i numeri in inglese alla tranquilla signora, e lei sorride, dicendo così “en passant” che il biglietto è il suo.
Ora, ripeto, non me ne frega niente e non mi sembra un gran premio: però mi rendo subito conto che, se uno stronzo tirchione qualche fila avanti a me avesse deciso di spendere due euro per un’acqua minerale, i biglietti sarebbero scalati all’indietro e quello estratto sarebbe stato il mio. Questo un po’ mi fa rosicare. In più tutte le vecchie e allegre comari si rallegrano e si prodigano in congratulazioni con la tranquilla signora: una viene addirittura a sedersi per un po’ nel posto libero al centro. Per tutta risposta la signora sembra come scocciata di tanto premio: fa mille problemi, dice che ancora non è tornata e già deve decidere quando partirà e dove andrà, e altre mille palle del genere. Io la squalificherei per comportamento antisportivo, per piccola fortuna immeritata!
Tutto questo viene messo a tacere dal dlindlon del segnale delle cinture di sicurezza: prepararsi all’atterraggio, prego. Dall’oblò vedo solo il cielo a pecorelle, ovviamente da una prospettiva diversa rispetto al solito (qui in alto non potrà mai voler dire “pioggia a catinelle”, almeno fino al giorno del giudizio): fra una nuvola e l’altra si vede il canale d’Irlanda, e sembra molto agitato, quasi incazzato a giudicare dal numero di onde che ne segnano la superficie.

Ci deve essere un vento notevole. E proprio mentre l’aereo si avvicina alla pista, iniziando a sorvolare qualche sobborgo a nord di Dublino, ce ne rendiamo tutti conto, nostro malgrado. L’aereo balla, oscilla veramente tanto, a destra e a sinistra. Cerco conforto nell’espressione distratta dell’assistente di volo più giovane: se lui ci è abituato vorrà dire che è normale. Ma a me non sembra normale per niente. Le case si avvicinano, si ingrandiscono, villette a schiera di mattoni rossi e neri che veloci scorrono via dall’oblò: però il rollio continua. Appena pochi secondi prima di toccare terra l’aereo fa una manovra spaventosa: prima vira di una decina di gradi a sinistra, poi immediatamente si ristabilizza, scende e atterra, come se nulla fosse successo. Fra i passeggeri silenzio e occhi sgranati: appena atterrati e rallentati, parte il classico applauso, abitudine tipicamente italiana che io non sopporto. Questa volta però il moto liberatorio coinvolge anche la maggioranza irlandese presente a bordo. Una volta sceso mi rendo conto di quanto sia bello il tempo: c’è un sole incredibile e tutte le nuvole in cielo corrono via veloci. Il vento è quasi fastidioso e se non avessi il giaccone con me probabilmente sarei già surgelato.

[continua...]