
Chiusi nel loro enorme quadrante rettangolare, i numeri gialli dell’orologio della sala d’attesa di Campino segnano le 8:45. Cinquanta persone con le teste ciondolanti aspettano insieme a me che una gentile signorina annunci l’imbarco del nostro volo. Dentro di me il dio del sonno reclama il suo tributo, ma cerco come sempre di essere presente a me stesso: devo fare attenzione al bagaglio, farei meglio a mangiare qualcosa che poi sul volo ti pelano, non c’è fretta tanto di tempo da sprecare ne ho a palate. Anche l’iPod in queste fasi non è di grosso aiuto, e poi non saprei cosa ascoltare. Sul pullman Terravision che mi ha portato qui mi sono goduto il primo album dei Doors, e ho ripensato al momento in cui l’ho comprato: ero da FNAC, alla Défense, durante un bel viaggio a Parigi con Gionata. Fuori dal negozio mi aspettava Célia, e quella fu una delle rarissime occasioni in cui mi regalò qualche parola senza che io gliela rivolgessi per primo. Sono passati poco più di dieci anni da allora.
Un gruppo di bambini italiani in partenza per l’Irlanda ha appena rotto il dormiveglia mattutino di questo girone silenzioso. La fila davanti al desk inizia ad allungarsi, ma mi sono imposto di continuare a scrivere, di non avere alcuna fretta.
Non so il perché di quest’ansia che m’è presa. È da ieri che mi sento teso, pronto a uno scatto di nervi per qualsiasi sciocchezza, sempre impegnato in rapidi ripassi mentali di quel che ancora mi manca da fare prima di cominciare a godermi il viaggio. Anche qui in aeroporto ho fatto tutto di fretta, come se il mio aereo fosse in partenza di lì a pochi secondi. In realtà ho ancora un’ora prima del volo, e una decina prima di incontrarmi finalmente con Dado.
Fino a ieri sera pensavo di essere giusto un po’ teso per il “lungo” viaggio (un mese, non tantissimo forse, ma sarà la mia trasferta più lunga dopo l’estate passata a New York). Piano piano inizio a capire: questa tensione viene dall’emozione, dalla voglia di andare, e cresce nell’attesa che qualcosa di bello si realizzi. Dev’essere tutto questo, sicuramente, mischiato a una strisciante paura, ma di cosa non saprei.
Salgo sull’aereo per primo, e non mi era mai capitato. Tutti quei sedili gialli e blu completamente vuoti, e gli assistenti pronti ai blocchi di partenza con il loro sorriso cortese e un po’ ebete stampato in faccia. Al posto loro nessuno si comporterebbe diversamente, credo. L’imbarazzo della scelta non mi frena, l’unica cosa che mi interessa ora è prendermi un posto di corridoio, perché magari posso allungare un po’ le gambe durante il volo.
Vicino a me il posto rimane vuoto, mentre gli altri passeggeri si dispongono sui sedili e allacciano diligentemente le loro cinture. Un signore irlandese sulla cinquantina, matto o ubriaco non l’ho capito, canticchia qualcosa e punta i sedili accanto a me. Le mie speranze non sono vane e passa oltre. Poi è il turno di un roscio donnone di cento e passa chili: gliela gufo anche a lei, e va bene così. L’amica però si insinua davanti alle mie ginocchia e scivola al posto del finestrino. Perfetto così: tranquilla signora di 60 anni, io e te piazzati così non faremo sedere nessun rompicoglioni accanto a noi, e potremo ignorarci per tre ore in tutta tranquillità. Su treni o aerei divento un orso silenzioso: non mi interessa il destino passato o futuro dei miei compagni di viaggio (a meno che non si tratti di belle signorine, ma mi è capitato solo una volta); generalmente voglio solo dormire, sentire la mia musica, pensare i miei pensieri.
L’aereo decolla e vira veloce sopra la città eterna, avvolta in una calda foschia. Dall’alto distinguo a malapena lo Stadio Olimpico, e da lì ricostruisco la disposizione dei quartieri di Roma Nord. Lancio un saluto mentale a tutti gli amici e i familiari che vivono fra San Gaetano e Piazzale Flaminio, con lieve cenno della mano e (forse) una lacrimuccia intrappolata nella palpebra. La tranquilla signora si lascia sfuggire un lieve sorriso vedendo la scena, ma in fondo va bene così: guardando la scena da fuori forse anche io mi troverei un po’ ridicolo, chissà…
Passo le successive tre ore seduto, a far ciondolare la testa dal sonno troppo leggero e spesso interrotto. Mi concedo un cioccolato caldo bollente e un doppio tramezzino provola e prosciutto. L’abbinamento è terribile e la hostess italiana lo sa. “Mi servirà anche per pranzo” provo a giustificarmi, ma in realtà vorrei dare vita a una bella polemica sul catering di Ryan Air, che non prevede biscotti e brioche sui voli in partenza alle 10 del mattino. Sono troppo stanco e una polemica sterile in queste condizioni non sarebbe divertente, non me la godrei. La hostess, inconsapevole della fortuna che le è capitata, prosegue oltre. Insieme al resto dei soldi pagati per la colazione mi ritrovo in mano un tagliandino di una specie di lotteria: prima della fine del vole sorteggeranno il fortunato che viaggerà gratis A/R verso qualsiasi destinazione egli voglia visitare. Non approfondisco i termini della cosa (per esempio, il volo è gratis, ma le tasse vanno pagate? E se non vanno pagate, vale per tutte le tasse in vigore nel paese o solo per quelle aeroportuali?), tanto non sarò io quel fortunato e lo so. Anche alla signora tranquilla viene dato un biglietto, mi guarda come per chiedere a cosa serva, poi c’arriva da sola e tace.
Tra uno stanco ciondolamento a bocca aperta e l’altro, ho appena la voglia di sfogliare distrattamente la rivista di bordo: c’è un bel servizio sulle crociere tra i fiordi norvegesi e provo ad appuntarmi mentalmente la cosa. Chissà, un prossimo viaggio potrebbe portarmi lì, oltre il Circolo Polare Artico.
Finalmente giunge il momento tanto atteso da grandi e piccini: l’atterraggio? No! L’estrazione della lotteria Ryan Air, con in palio un magnifico viaggio gratis o quasi, chissà. Lo speaker legge in inglese i numeri del biglietto estratto a una velocità tale che anche la tranquilla signora irlandese al mio fianco fa fatica a capire. Aspettiamo di veder saltare dalla gioia il vincitore, nascosto in chissà quale sedile. Lo speaker ripete i numeri stavolta in italiano e… incredibbbile! Stavolta, non so come, non ho vinto. Esattamente come prevedevo. Ma non finisce qui: ripeto lentamente i numeri in inglese alla tranquilla signora, e lei sorride, dicendo così “en passant” che il biglietto è il suo.
Ora, ripeto, non me ne frega niente e non mi sembra un gran premio: però mi rendo subito conto che, se uno stronzo tirchione qualche fila avanti a me avesse deciso di spendere due euro per un’acqua minerale, i biglietti sarebbero scalati all’indietro e quello estratto sarebbe stato il mio. Questo un po’ mi fa rosicare. In più tutte le vecchie e allegre comari si rallegrano e si prodigano in congratulazioni con la tranquilla signora: una viene addirittura a sedersi per un po’ nel posto libero al centro. Per tutta risposta la signora sembra come scocciata di tanto premio: fa mille problemi, dice che ancora non è tornata e già deve decidere quando partirà e dove andrà, e altre mille palle del genere. Io la squalificherei per comportamento antisportivo, per piccola fortuna immeritata!
Tutto questo viene messo a tacere dal dlindlon del segnale delle cinture di sicurezza: prepararsi all’atterraggio, prego. Dall’oblò vedo solo il cielo a pecorelle, ovviamente da una prospettiva diversa rispetto al solito (qui in alto non potrà mai voler dire “pioggia a catinelle”, almeno fino al giorno del giudizio): fra una nuvola e l’altra si vede il canale d’Irlanda, e sembra molto agitato, quasi incazzato a giudicare dal numero di onde che ne segnano la superficie.
Ci deve essere un vento notevole. E proprio mentre l’aereo si avvicina alla pista, iniziando a sorvolare qualche sobborgo a nord di Dublino, ce ne rendiamo tutti conto, nostro malgrado. L’aereo balla, oscilla veramente tanto, a destra e a sinistra. Cerco conforto nell’espressione distratta dell’assistente di volo più giovane: se lui ci è abituato vorrà dire che è normale. Ma a me non sembra normale per niente. Le case si avvicinano, si ingrandiscono, villette a schiera di mattoni rossi e neri che veloci scorrono via dall’oblò: però il rollio continua. Appena pochi secondi prima di toccare terra l’aereo fa una manovra spaventosa: prima vira di una decina di gradi a sinistra, poi immediatamente si ristabilizza, scende e atterra, come se nulla fosse successo. Fra i passeggeri silenzio e occhi sgranati: appena atterrati e rallentati, parte il classico applauso, abitudine tipicamente italiana che io non sopporto. Questa volta però il moto liberatorio coinvolge anche la maggioranza irlandese presente a bordo. Una volta sceso mi rendo conto di quanto sia bello il tempo: c’è un sole incredibile e tutte le nuvole in cielo corrono via veloci. Il vento è quasi fastidioso e se non avessi il giaccone con me probabilmente sarei già surgelato.
[continua...]







2 commenti:
Grande! Un blog per l'esperienza dublinese!
Scrivi bene (quasi!) quanto me! Non rompere sui 7, la psico, ecc. ma conosco bene l'ansia della novità, la voglia di non parlare agli altri durante un viaggio, e simili. Spero proprio che questo mese ti porti un sacco di cose belle (non solo la Guinness o come cavolo si scrive...)
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